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IL BICCHIERE DELLE MERAVIGLIE

Come un'isola, la Costiera agricola ha conservato la ricchezza antica della biodiversità: da Vietri a Positano non c'è un chicco di Cabernet Sauvignon, di Chardonnay o anche di Trebbiano e Sangiovese.

Gli invasori e i vincitori della storia non hanno fatto mai in tempo a lasciare le loro uve perché il territorio e il sole hanno respinto tutti gli assalti, vanificato ogni tentativo di contaminazione. Neanche la fillossera, che pure in Campania è arrivata molto tardi grazie al suolo vulcanico che ha difeso le piante, ha attecchito: tra Furore e Tramonti ci sono ancora vaste estensioni di vigneti in produzione a piedefranco.

Sono davvero pochi i terroir europei capaci di vantare questa caratteristica unica; nel bicchiere l'enologia moderna regala sapori unici, decisi, varietali ben definiti, capaci di lasciare una impressione netta anche a chi non si ritiene esperto. In una parola, il vino della Costiera è sempre riconoscibile, un pregio ancora più prezioso nel mondo della omolgazione papillosa preparata dalla fobia igienista. Dunque i contadini e gli esperti vi parleranno di vitigni unici come l'Aglianico diffuso in Campania e nel Vulture segnato da un grande successo mondiale, ma anche di Piedirosso, Sciascinoso, Tintore e Tronto per quanto riguarda le uve a bacca rossa e per le bianche di Biancolella (San Nicola), Falanghina, Fenile, Ginestra (Biancazita), Pepella, Ripolo. Come accadeva quasi ovunque in Italia, queste varietà erano presenti insieme nei vigneti; la cultura monovitigna è tutto sommato recente e risale agli anni della ripresa vitivinicola nazionale.

L'uva, la cui coltivazione in Costiera risale almeno sino agli insediamenti romani tanto da essere chiamata latina in contrapposizione a quella greca, ha sempre dovuto combattere con lo spazio, per questo nella Terra delle Sirene si è sviluppato il pergolato, un modo per raddoppiare le possibilità con una agricoltura a due piani su terrazzamenti: sopra uva e limoni, sotto le altre colture.

La viticoltura, insomma, è per lunghi secoli solo un episodio presente nell'orto, niente affatto elemento caratterizzante del paesaggio come è stato dalla seconda metà dell'Ottocento per il limone, rilanciato con il limoncello. E dunque: limoni, gli altri agrumi, olivi, viti, piante da frutta, ortaggi, fichi d'India e, man mano che si addentra nell'interno, verso Scala o Tramonti alle spalle di Ravello, il castagno.

Il paesaggio verticale racchiude in pochi chilometri le stagioni e le colture più diverse, le nebbie autunnali carezzano i boschi dei Monti Lattari popolati di Elfi quando sugli scogli le Sirene continuano a cantare per Ulisse, qui il limone portato dagli arabi, sopra i castagni grazie ai quali sono sopravvissute le popolazioni montanare senza grano e senza patate. L'uva inizia ad avere successo quando aprono gli alberghi a Ravello e poi negli altri centri visitati da un numero sempre crescente di appassionati, prima intellettuali, artisti e studenti, poi ricchi, infine l'esplosione del turismo di massa. Ecco allora che nelle trattorie e negli alberghi si comincia a consumare il vino del territorio, beverino, allegro, in genere bianco, poco alcolico ma dagli aromi nitidi, agrumi e ginestra. La cultura delle uve rosse si sviluppa invece a Tramonti, quando i negoziatori napoletani iniziano a comprare le partite per portarle al mercato del vino in città.

Il Valico di Chiunzi era il punto di incontro: da qui le donne con le damigiane e le ceste sulla testa arrancavano fino in cima, di là, dal versante nocerino, i professionisti della tratta. Dunque: prima il vino per l'auto-consumo, poi, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, la produzione cresce per gli alberghi e i ristoranti della costa soprattutto per quanto riguarda il bianco, mentre il grande mercato metropolitano di Napoli, il più grande d'Italia almeno sino alla seconda guerra mondiale, beveva il rosso di Tramonti.